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Il Fast Fashion danneggia milioni di persone e devasta l’ambiente. Compriamo meno, compriamo meglio.

Fast fashion e moda low cost rappresentano un binomio che sta distruggendo la vita di milioni di persone e che ogni giorno devasta l’ambiente.

Possiamo accettare che la nostra felicità temporanea per una maglietta nuova di zecca, valga l’infelicità, la disperazione e il sangue di un altro essere umano? Anzi, di milioni di esseri umani?

Dal 22 al 28 aprile torna la Fashion Revolution Week.

Cosa vuol dire fast fashion?

Fast fashion (moda veloce) è il termine che si utilizza per descrivere il modello di business adottato da aziende di abbigliamento low cost. Queste imprese producono capi di bassa qualità, immettono i loro prodotti sul mercato in tempi velocissimi e offrono al consumatore finale prezzi molto bassi.

La moda low cost comporta dei costi sociali ed ambientali notevoli di cui molto spesso non si parla. Per questo la maggior parte dei consumatori finali di solito non è consapevole della “storia” dei capi di abbigliamento che acquista, né di cosa si cela dietro questo mondo.

Perché esiste il fast fashion?

Moltissime aziende di abbigliamento hanno localizzato la loro attività produttiva in paesi dove non esiste un’adeguata tutela dei lavoratori e dell’ambiente. Ciò consente loro di risparmiare sui costi di produzione, avere un margine di guadagno più alto e offrire ai loro clienti prezzi competitivi.


The True Cost, un documentario di Andrew Morgan. Credit foto: https://www.stylewise-blog.com/

Costi sociali: Rana Plaza

Uno squarcio su ciò che realmente succede nelle aziende di manifattura tessile ci è stato offerto nell’aprile del 2013 quando crollò il Rana Plaza, un palazzo di Dacca, in Bangladesh.

L’edificio era la sede di molti laboratori di manifattura tessile oltre che di una banca e qualche negozio.

Il giorno in cui furono notate le prime crepe sull’edificio, tutte le attività presenti nel palazzo, con l’eccezione di quelle tessili, decisero di chiudere. Le attività delle industrie tessili proseguirono anche il giorno successivo, per volontà dei proprietari. Era il 24 Aprile, l’edificio collassò e morirono 1.129 persone; 2.515 furono i feriti estratti vivi dalle macerie.

Racconti da un altro mondo

Le storie di chi lavora in queste fabbriche sono moltissime e tutte molto tragiche: madri che si trasferiscono in città per lavoro, lasciano i loro figli piccoli e hanno la possibilità di rivederli solo una o due volte l’anno; neonati che a causa dell’alto tasso di inquinamento dovuto ai pesticidi e ai fertilizzanti nascono con problemi di salute gravissimi in famiglie economicamente svantaggiate che non hanno la possibilità di curarli; intere popolazioni, residenti sulle sponde dei fiumi, che mostrano alterazioni all’epidermide e malattie serie.

Per saperne di più vi invitiamo a dare un’occhiata a due documentari prodotti sul tema, The true cost e Fashions Dirty Secrets.

Coltivazione del cotone: costi ambientali e sociali si intrecciano

A monte del processo di manifattura tessile avviene la coltivazione e preparazione del cotone.

La coltivazione della pianta di cotone notoriamente richiede molta acqua e una ingente quantità di pesticidi. I semi OGM promettono di essere efficaci contro i parassiti.

Ma ciò che accade purtroppo troppo di frequente è che i proprietari delle piantagioni si indebitano per acquistare i semi OGM, i pesticidi e i fertilizzanti. Purtroppo di rado il ricavato economico del raccolto riesce a ripagare le spese da loro sostenute e il risultato è che il tasso di suicidi tra questi proprietari terrieri è altissimo.

Le persone che lavorano nelle piantagioni e le loro famiglie inoltre sono costantemente esposte a queste sostanze chimiche. E purtroppo alcuni studi mettono in evidenza l’esistenza di una correlazione tra l’esposizione ai pesticidi e l’aumento dell’incidenza di alcune malattie, tra cui cancro, malattie neurologiche e infertilità.

Produzione dei vestiti: impiego di acqua ed energia nel processo di produzione tessile e inquinamento dei fiumi e delle falde acquifere

La produzione di vestiti è un processo che richiede acqua ed energia. In media per produrre 1 tonnellata di vestiti occorrono 200 tonnellate di acqua

Una t-shirt vale 2700 litri di acqua.

Un paio di jeans 8000 litri.

Magliette e jeans alla fine del loro ciclo di vita diventeranno rifiuti e quindi un ulteriore costo per la società.

Durante la produzione tessile vengono impiegati diversi tipi di sostanze che inquinano l’acqua adoperata. In Paesi privi di una legislazione severa, le acque di scarto vengono riversate direttamente nei fiumi, senza trattamenti, contaminando l’acqua, il suolo e i campi coltivati.

Le popolazioni locali spesso utilizzano proprio l’acqua di questi fiumi per lavarsi e persino per cucinare. In queste popolazioni si registrano numerosi casi di malattie correlate all’esposizione ad alte concentrazioni di queste sostanze chimiche. Nei fiumi, le alte percentuali di questi composti, riducono la concentrazione di ossigeno contribuendo così ad alterare l’equilibrio di questo ecosistema la cui vita dipende proprio da quell’acqua.

Sostanze chimiche nocive utilizzate nella produzione tessile, un breve elenco 

Gli Alchilfenoli Etossilati (APEO) sono un gruppo di tensioattivi particolarmente pericolosi per l’ambiente e gli organismi acquatici. Sono potenziali distruttori endocrini, data la loro capacità di imitare gli ormoni estrogeni naturali, e quindi possono causare alterazioni nello sviluppo sessuale degli organismi. Contaminazioni da APEO sono state rilevate nei fiumi, nelle falde acquifere e anche nella catena alimentare umana.

I perfluorinati (PFC) sono sostanze pericolose per la salute umana e l’ambiente secondo l’Environmental Protection Agency. Vengono tuttora utilizzati per produrre ad esempio le pentole con rivestimento antiaderente e tessuti antimacchia.

Studio di Greenpeace: Toxic threads – the fashion big stitch-up. L’inquinamento dell’industria tessile colpisce anche noi

Uno studio di Greenpeace, in cui sono stati analizzati 141 campioni di vestiti, provenienti da differenti aree geografiche, ha rilevato la presenza di nonilfenoli etossilati (fanno parte della categoria degli APEO) in circa due terzi dei campioni. Inoltre in alcuni vestiti sono stati rinvenuti anche ftalati o coloranti contenenti ammine cancerogene.

Fashion Revolution

Dal 22 al 28 aprile torna la Fashion Revolution Week, una settimana di appuntamenti e iniziative programmati in varie parti del mondo, per diffondere cosa si cela veramente dietro l’industria tessile e condividere l’idea che un altro modello di business è possibile anche per i grandi marchi low cost.

Seguire i modelli della società occidentale, come ad esempio essere alla moda o comprare solo perché “costa poco”, può valere la vita di queste persone?

Possiamo accettare che la nostra felicità temporanea per una maglietta nuova di zecca, valga l’infelicità, la disperazione e il sangue di un altro essere umano? Anzi, di milioni di esseri umani?

Le nostre scelte possono fare la differenza. Comprare vestiti di seconda mano o realizzati in maniera equa e sostenibile aiuta le persone e il pianeta.

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Bibliografia:

http://www.sustainability-lab.net/it/forum/group-forum/dtxleader/next-step-eliminazione-apeo-luglio-2015.aspx

https://www.nrdc.org/stories/fixing-fashion-industry

http://www.ecologiae.com/hm-composti-tossici/60165/

https://www.ilpost.it/2016/06/09/fast-fashion/

http://www.greenpeace.org/italy/Global/italy/report/2015/agricoltura/Pesticides_and_our_Health_ITA.pdf

https://www.stylewise-blog.com/2015/06/true-cost-movie-review.html

https://www.sartoriasociale.com/2019/02/25/fast-fashion-disastro-planetario/?fbclid=IwAR1o4ytIhofnpffw0XJofAWzTiR291yaEgfoJcMNR6ynrBqdqNKFiCv2Ru0

https://www.youtube.com/watch?v=o0LFVIwhiPA

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